domenica 17 ottobre 2010

Cosa guardi tesoro?



Senza permesso pubblico foto davanti alle quali ho sospirato.

Onni feat. Niky.
Benvenuta Niky, come sempre, eccellente Onni.

sabato 16 ottobre 2010

sabato 16 ottobre.

Tesi, trucchi, lauree,ufficio della mamma, ti è piaciuto l'incontro con baricco? colleghe simpatiche e piacevoli della mamma, ernie discali, amici preoccupati del vestito, risate, 23 anni, mio padre perennemente incazzato, sbattono le porte e il rumore mi innervosisce, è ora di pranzo, stivali, nebbiolina, freddo, colazione piacevole davanti a un titolo di giornale e "io l'avevo detto che c'entrava anche lei".

Poi per il centro del paese, del borgo, passa un papà, e c'è un sacco di gente lì per lui. Oggi per qualcuno è una tragedia.
Domande, più che domande onde dentro, vorrei fermarmi, vorrei poter fare qualcosa.che idiota.
Mi dispiace.
Relatività retorica, lo so.

sabato 25 settembre 2010

Nuvoloso poco variabile.

Di solito capita nei momenti iniziali di un esperienza,di un incontro, quando ci si affaccia insieme sull'essere lì, sul perchè.
"chi sei? cosa fai? quali sono le tue passioni, perchè hai deciso di essere qui?"
Poco importa dove accade.se al corso di rianimazione cardiopolmonare, se al primo giorno di università,se agli AA, o davanti a un caffè.
Il fatto è che te l'han fatta quella domanda lì.
Inaspettatamente non mi riferisco alla prima (a cui rispondo sfoggiando incredibili capacità introspettive: Elena), nè alla seconda (fra poco fisioterapizza), ma alla terza.
E' capitato diverse volte.e sempre, avrei voluto un'ora per spiegare. Non l'ho mai fatto perchè sono sempre stata piuttosto cosciente che al pubblico fregasse il giusto.
E allora morendo un po' nel corazon, rispondo con uno sforzo immane:

"beh la musica, poi scrivere."

ahrgh! lance che mi trafiggono il costato.

Perchè..dear pubblico del momento.. a me non piace la musica.

Non è così,
c'è di più,
vorrei spiegarmi.

Pubblico qua io ho bisogno di raccontarti,
a me non è che piace la musica,
è una questione di me,
qua si parla del QUID.
mica pizza e fichi.

Si vabè, ascolto la radio in macchina.canticchio salendo le scale, sculetto a tempo in discoteca, sì, ma non parlo di quello.

Come faccio qua, in piedi, davanti a gente che non conosco a spiegare il mare?
Come faccio a spiegarMI?.
Poi sai che c'è?

C'è che in ogni caso, anche se questa fosse un'assemblea dove buddha ha riunito i protagonisti umani della mia vita,invece che un gruppetto da venti di facce semi ignote, non riuscirei a rendere.

Perchè.. due minuti fa stavo stendendo la lavatrice di roba chiara,i-pollo on, ed è partita Comatose.
Bollo,( o bollisco?)
cioè io bollo capito, la pentola ok?
ribollo, qualcosa dentro si muove.
E se fino a lì di danni non se ne sono fatti, dopo parte Come back, e si getta il sale grosso.sbbbbzzzzbhhsshhh!
Io sento gli odori, percorro le strade, riaccarezzo i visi lontani di quegli anni lì.Mi fermo, succede qualcosa di bello.

Sento di volere BENE a un quasi cinquantenne californiano, che ignora la mia esistenza, e a cui ogni tanto fantastico di scrivere due righe.
Gli voglio bene per come urla di tornare indietro, e voglio bene a quella chitarra lì, per quello che mi fa. per quello che schiude nell'assolo.non è che voglio bene alla Strato, voglio bene a quelle note lì.
gli voglio bene, come a una lettera in un cassetto, come a una telefonata, come a un gatto.
Non è mia, in qualche momento sarà stata anche prostituita come qualcosa di commerciale, qualcuno ci avrà anche parlato sopra a quella chitarra lì, distrattamente, bevendo birra.
Ma mentre stendo, parla di me.
Terza traccia in ripetizione casuale, 1979.
Prime note, il suono si avvicina, so già cosa dirà billy.

Mi devo ripetere?

vabè.

Buon sabato.

venerdì 24 settembre 2010

Poi passa.

Mi viene un gran caldo,
poi qualcosa di simile alla frenesia,
i pensieri razionali e maturi sono spintonati malamente via dal mio cervello da un buttafuori nerboruto, ma soprattutto cieco.
Le buone intenzioni hanno fatto la fine della zanzara che sulla mia scrivania ora giace impotente, una virgola di sangue (il mio) tutta attorno.
Poi mi assale un'onda.
Mi maledico per non aver optato per il sonnellino.
Vorrei fumare, adesso, qua, in camera mia.
(Dove zono i miei sigaretti?)
mi impongo di calmarmi.
Mi ascolto una canzone bellissima e triste.
Mentre vado in bagno ho voglia di piangere.

Va bene così.

martedì 21 settembre 2010

ingulassorrt.



IMMGINARSI RIVINCITE MENTALI GLORIOSE,
QUANDO NELLA REALTà SORRIDI, MANDI GIù E ESCI CON STILE




Ci sono momenti nella giornata, in cui se fossimo in un cartone animato,gli orifizi anatomici del mio corpo, improvvisamente prenderebbero a fumare, come succede nelle pentole a pressione quando la mamma fa il riso.

C’è troppo dentro, da qualche parte deve pur uscire, come fa a stare tutto dentro a questo cervello stanco?

Essere me, in alcuni giorni è stancante.
Essere noi, intendo.

Non è poi così onesto da parte del mondo chiedere di essere così tante persone, in un giorno solo, come faccio? Non è giusto. Ci saremo anche passati tutti ma non è giusto.

Perché nel nostro mondo c’è così poca possibilità di essere noi stessi?

Forse saremmo esseri non dico più felici, ma meno frustrati, se potessimo essere più spesso noi.
Perché faccio così poco quello che mi piace?

Perché ci fiacchiamo i maroni a studiare cose di cui ci frega un 20 % , e a produrre PIL 8-9 ore al dì, e solo 5 a goderci la giornata?

Non sarà sottovalutata la potenza della soddisfazione, e della tranquillità?
Perché per esempio non si balla 5 minuti, dalle 8:25 alle 8:30, prima di mettersi sotto col lavoro?

Perché non ce la facciamo una cazzo di risata?

Perché ci godi a farmi sentire idiota? Perché lo fai davanti a più persone possibile? Perché ne approfitti del fatto che mi conviene tacere?
Ma soprattutto, perché cazzo lo fai con quel sorrisino incagabile finto-pacifista “nonhonientecontroditetisembrasolo” stampato in ghigno?

Oh, ma non sarò allieva per sempre, stronza.

Oggi giuro non so perché, mi è venuta in mente l’immagine di un papero, sdraiato a letto, che sospira stanco scuotendo il becco, e guardandomi sconsolato.
È stato bellissimo.

Cià.

sabato 11 settembre 2010

Ricomincio da me.


-da due giorni in casa mia è ritornato il mio odore preferito, forse era il caldo ad averlo temporaneamente "abbassato", bentornato caro.

-queste mattine metterebbero di buon umore anche Pino Scotto. Colazione alle 9 e 30 nella piazza del tuo paese,un clima perfetto, dico, perfetto, la nonna e il nonno nel primo tavolino, appena arrivo in compagnia di un'amica un "dio! la me stràla!", e paga lei, per me e per l'amica. pagarmi la colazione è fondamentale per lei, ci tiene tantissimo, e guai a discutere, robbi guarda risparmia il fiato, la "signora" non molla; il gesto non solo denota la sua sconfinata generosità, ma mi fa sentire più amata e protetta di venti messaggi d'amore, e dieci condom, uno sopra all'altro, rispettivamente.

-post pranzo di chiacchiere con la mamma che è in buona. scambio di opinioni su "quando mi vieni a prendere?" del liga. "ma perchè sei arrabbiata con liga?". provo a spiegarglielo. capisce.

-momento caffe sulla mia scrivania davanti alle facce avatarizzate di milioni di conoscenze, i loro link dimmerda, i loro link interessanti, le loro foto banali, le loro foto mozzafiato.

-mi stai guardando. la pianti? no dico, smettila. Adesso ti sposto dalla visuale, sto scrivendo, mi fai cazzo finire? oh! arrivo, spetta n'attimino.sei brutto, scritto male, noioso, ma la vinci tu, nella vita è tutta una questione di potere, e ne hai schifosamente di più tu in questo momento, ah ma non sarà sempre così pezzo dimmerda. mi laureerò bene. Bernstein del cazzo.

-Pertenze imminenti.

-dall'ultima volta che ho scritto ne è passata di acqua, di vita. ho moltissima voglia di scrivere, ma come al solito più che punti random che si susseguono, non riesco a fare.

-ho pensato che è ora di cominciare a fare quello che mi piace.

-a scrivere "acqua" la vescica ha dato un colpo forte, mi scappa.

ciao!


Elena.

venerdì 5 marzo 2010

Questo è importante.

Il vecchio si chiamava Beppo Spazzino. Aveva di sicuro un altro cognome ma, dato che di mestiere era spazzino e che tutti lo chiamavano così, anche lui aveva deciso che quel cognome gli stava bene.

Beppo Spazzino abitava in una capanna che si era costruito non lontano dall’anfiteatro, rimediando mattoni, pezzi di lamiera e cartone catramato. Era di statura inusitatamente piccola e per giunta un briciolino curvo, per cui superava Momo di ben poco. Portava sempre un po’ inclinata sulla spalla la grossa testa sormontata da un ciuffo di capelli ispidi e – poggiati sul naso – un paio di occhialetti con montatura di metallo.

Molta gente era del parere che a Beppo Spazzino mancasse più di un venerdì, perché, se interrogato, lui si limitava a sorridere amabilmente senza dare una risposta. Lui pensava. E se reputava che una risposta non fosse necessaria, taceva. Se invece la credeva necessaria, ci rifletteva sopra. Talvolta passavano due ore e talvolta anche un giorno intero prima che si decidesse a rispondere. Nel frattempo l’altro, logicamente, aveva dimenticato la domanda fatta e le parole di Beppo gli parevano bizzarre; ancor più bizzarre di quel che erano di solito perché Beppo usava parlare a frasi staccate e in modo stravagante.

Soltanto Momo era capace di attendere a lungo e di capirlo. Sapeva che lui si prendeva tanto tempo per non dire mai qualche cosa di insincero. Perché, nella sua opinione, tutta l’infelicità del mondo nasceva dalle troppe menzogne, quelle intenzionali ma anche quelle involontarie, tristi frutti della fretta e dell’indecisione.

Ogni mattina, assai prima che venisse giorno, andava in città, sulla sua vecchia bicicletta cigolante, fino a un grande edificio nel cui cortile attendeva, con i suoi compagni, che gli dessero una ramazza e un carretto e gli assegnassero una strada da spazzare.

A Beppo piaceva quell’ora prima dell’alba, quando la città dormiva ancora. E faceva il suo dovere volentieri e a fondo. Sapeva che era un lavoro assai necessario. Quando spazzava le strade andava piano ma con ritmo costante: ad ogni passo un respiro e ad ogni respiro un colpo di granata. Passo-respiro-colpo di scopa. Passo-respiro-colpo di scopa. Di tanto in tanto si fermava un momento e guardava, pensieroso, davanti a sé. E poi riprendeva. Passo-respiro-colpo di scopa.

Mentre si muoveva, con la strada sporca davanti e quella pulita dietro, gli venivano spesso in testa grandi pensieri. Pensieri senza parole, pensieri difficili da comunicare, come un determinato profumo del quale si ha un vago ricordo o come un colore visto in un sogno. Dopo il lavoro, quando si sedeva vicino a Momo, le spiegava i suoi grandi pensieri. E poiché lei ascoltava in quel suo modo speciale, gli si scioglieva la lingua e trovava le parole adatte.

“Vedi Momo”, le diceva, per esempio, “è così: certe volte hai davanti una strada lunghissima. Si crede che è troppo lunga: che mai potrà finire, uno pensa.”

Guardò un po’ in silenzio davanti a sé e poi proseguì: “E allora si comincia a fare in fretta. E sempre più in fretta. E ogni volta che alzi gli occhi vedi che la fatica non è diventata di meno. E ti sforzi ancora di più e ti viene la paura e alla fine resti senza fiato…e non ce la fai più…e la strada sta sempre là davanti. Non è così che si deve fare.”

Pensò ancora un poco, poi seguitò: “Non si deve mai pensare alla strada tutta in una volta, tutta intera, capisci? Si deve soltanto pensare al prossimo passo, al prossimo respiro, al prossimo colpo di scopa. Sempre soltanto al gesto che viene dopo”.

Di nuovo s’interruppe per riflettere, prima di aggiungere: “Allora c’è soddisfazione; questo è importante, perché allora si fa bene il lavoro. Così deve essere”.

E poi, dopo una nuova lunga pausa, proseguì: “E di colpo uno si accorge che, passo dopo passo, ha fatto tutta la strada. Non si sa come…e non si è senza respiro”. Assentì, approvandosi, e disse a mo’ di chiusura: “Questo è importante”.



avevo detto che lo facevo.
e in tempi di magra, direttamente proporzionali al grado di confusione-agitazione-vita fuori di qui, piuttosto che lasciar vuoto, riempio con parole sagge.

magari mi servisse.
magari servisse a chi come me,
vive perennemente col pepe in culo,
e quella paura insensata ma costante di perdere il treno,
di rimanere a piedi.
che allora
per paura
di perderlo
viviamo
male
tutto.

è vigliaccheria, nient'altro.proprio nient'altro.
ma sono brava ormai a nasconderla.
Il personaggio è interessante, quasi encomiabile.

io no.